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DEF LEPPARD – “Diamond Star Halos”

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DEF LEPPARD
“Diamond Star Halos”

(Bludgeon Riffola / UMC, 2022)

Per chi ha vissuto gli anni ’80 del XX secolo, i Def Leppard non dovrebbero necessitare di alcuna presentazione, tanto e tale è stato il successo planetario di album come “Pyromania” (1983) e soprattutto “Hysteria” (1987).
Il quintetto inglese è uno di quei gruppi di cui magari non ricordi il nome ma anche di cui hai certamente sentito le loro hit in radio, in tv, in un film, in un locale o a qualche evento sportivo.
In particolare fra il 1987 e il 1989, il rock da stadio dei Def Leppard era letteralmente ovunque ed era quasi impossibile non averli mai ascoltati.
I tempi d’oro sono ormai passati da un pezzo ma nonostante una serie di alti (stratosferici) e bassi (tragici) che avrebbe potuto spazzarli via da decenni, i Leps sono ancora decisamente attivi, per quanto non particolarmente prolifici: questo nuovo album (12° in studio) segue infatti di ben sette anni il disco precedente, “Def Leppard” del 2015, lo stesso lasso di tempo che separava quest’ultimo da “Songs From The Sparkle Lounge” del 2008.
Non si può dire quindi che la band non se la prenda comoda ma, se serve a produrre album di buon livello può comunque valerne la pena.

Diamond Star Halos” è particolare per essere stato realizzato in maniera un po’ diversa dal solito, essendo stato registrato in una sorta di “smart working” durante i recenti periodi di lockdown, con ogni membro della band a lavorare individualmente alle proprie parti per poi inviarle al
produttore Ronan McHugh. A livello di compattezza e qualità sonora, possiamo subito dire che l’esperimento è ben riuscito!

Aspettavo con una certa trepidazione questo disco, soprattutto grazie ai tre singoli rilasciati nelle settimane precedenti, che parevano indicare un ritorno al rock irruento degli esordi e ad un sound più “quadrato” e senza fronzoli.
Manco a farlo apposta, i tre brani già noti sono quelli che aprono le danze e lo fanno veramente col botto, a partire da “Take What You Want“, forse il miglior brano che Joe Elliott & Co. hanno realizzato nel nuovo millennio: energica, essenziale, melodica, con un riff robusto, la voce di Joe alta come non si sentiva da anni e un ritornello killer, questa è una canzone che non avrebbe affatto sfigurato su “High ‘n’ Dry” (1981).
La successiva “Kick” si sposta su territori più glam con evidenti rimandi ai T-Rex, mantenendo alto il livello grazie ad un bel mid tempo con la giusta carica e di nuovo un coro dannatamente accattivante, come ai bei tempi.
Leggermente meno esaltante “Fire It Up“, più “ruffiana” delle prime due ma sempre di buona fattura e sempre Rock come Dio comanda.

Arrivati a questo punto, iniziamo a scoprire la parte dell’album che non si conosceva, ovvero le ulteriori 12 canzoni che completano quest’ora piena di musica e… mi duole dirlo ma mi sarei aspettato di più.
I ritmi calano vertiginosamente con “This Guitar“, una ballata quasi country dove non a caso compare come ospite la cantante Alison Krauss (una stella del country / bluegrass, appunto): non un brutto pezzo in sé ma troppo mellifuo, specialmente se preceduto da un trittico di quel calibro.

Da qui in poi, l’ispirazione va un po’ scemando e ci troviamo con un pugno di canzoni senz’altro dignitose ma non molto memorabili, fra cui le rockeggianti “SOS Emergency“, “U Rock Mi” e “Gimme A Kiss” e le fin troppo rilassate “Liquid Dust“, “Open Your Eyes“, “Lifeless” (di nuovo con Krauss alla seconda voce) e “All We Need” (quest’ultima arriva a citare gli U2 ed è anche pericolosamente vicina al pop).

Discorso a parte per le ballad, “Goodbye For Good This Time” e “Angels (Can’t Help You Now)“, entrambe caratterizzate da ricchi arrangiamenti con tanto di pianoforte e orchestrazioni: mentirei se dicessi che non sono due belle canzoni ma da un altro punto di vista, sembrano più adatte ad un film, lontane da quello che ci si dovrebbe aspettare da una rock band.

Nel finale si risale fortunatamente di livello: “Unbreakable” strizza l’occhio all’elettronica ma è un brano coinvolgente e di un certo vigore, mentre la conclusiva “From Here To Eternity” è solenne e in qualche modo maestosa, andando a chiudere l’album con una nota decisamente positiva.

Tutto sommato non è un brutto disco e in fondo la band è in piena forma: Phil Collen e Vivian Campbell sfornano alcuni assoli davvero pregevoli sparsi qua e là, la sezione ritmica di Rick Savage e Rick Allen è solida e giustamente minimale ed infine la voce unica di Joe Elliott riesce a regalare più di qualche momento brillante.
A mio modesto parere, il problema di “Diamond Star Halos” è che è troppo lungo ed include una manciata di brani superflui, che in altri tempi sarebbero stati relegati a “lato B” di qualche singolo. Inoltre la scaletta è mal bilanciata, con tutti i brani più energici e convincenti concentrati nella prima metà ed un calo abbastanza evidente nella parte centrale; una migliore alternanza fra pezzi più rock e altri più soft avrebbe potuto aiutare il risultato complessivo.

Se invece di 15 canzoni per un’ora di durata, avessero scelto le 10 migliori per tre quarti d’ora, forse ora staremmo parlando di un discone quasi al livello di quelli storici.
Il valore dei Def Leppard non lo scopriamo certo oggi ed è ben evidente in brani eccellenti come i primi due di questo disco; è davvero un peccato che abbiano voluto strafare, inserendo qualche riempitivo di troppo.
Comunque ribadisco, non è un brutto album e se siete o siete stati fans di questo storico gruppo, non esitate ad ascoltarlo!

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