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JETHRO TULL – “The Zealot Gene”

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JETHRO TULL
"The Zealot Gene"

(InsideOut, 2022)

“The Zealot Gene” è il ventiduesimo album ufficiale dei Jethro Tull, il primo in studio dal 2003 e il primo di soli inediti addirittura dal 1999.
Detta così, sembra che la band sia stata in silenzio per quasi vent’anni ma in realtà è solo una questione di nomi: Ian Anderson, ovvero colui che più di mezzo secolo fa è riuscito a rendere rock il flauto traverso, non ha mai smesso di pubblicare nuova musica da solista e lo ha fatto con praticamente gli stessi musicisti che compongono i Jethro Tull di oggi.

Quindi non è un “vero” ritorno ma è significativa la volontà del menestrello scozzese di resuscitare il glorioso nome dei Tull, che era stato messo in un cassetto una decina di anni fa. Si tratta, come egli stesso ha dichiarato, più che altro di un ringraziamento al suo attuale gruppo, che si è spesso esibito dal vivo come Jethro Tull ma che non aveva mai ufficialmente inciso come tali.

Tuttavia bisogna ammettere che fa un certo effetto vedere uscire un nuovo disco con QUEL nome stampato sopra e tanto basta per alzare le aspettative per “The Zealot Gene”.

Sorvolando sulla copertina, senza dubbio la più brutta che abbiano mai pubblicato, parliamo di ciò che conta davvero: 12 nuove canzoni, 7 delle quali erano già state registrate da diverso tempo mentre le restanti 5, interamente acustiche, sono state incise dal solo Anderson circa un anno fa.

Mettiamo subito le cose in chiaro, chi si aspettava un nuovo “Aqualung”, un altro “Thick As A Brick” o un moderno “Minstrel In The Gallery” andrà a dare una bella musata, anche perché è abbastanza ridicolo pretendere che un musicista settantenne sia ancora in grado di scrivere lo stesso tipo di capolavori che sfornava quando di anni ne aveva 25.

Questo non significa che il nuovo materiale sia da buttare, anzi! Siamo di fronte a un disco più che piacevole, suonato benissimo da un gruppo di artisti di alto livello e non certo privo di spunti interessanti.
Lo stile di Ian Anderson è talmente unico che bastano poche note di flauto per identificarlo immediatamente, proprio quello che accade nel brano di apertura “Mrs. Tibbets”, un bel mid tempo quadrato in cui aleggia il fantasma di un album come “Stormwatch”, modernizzato grazie al sintetizzatore e alla produzione cristallina.
La voce, ahinoi, è “andata” da diversi decenni e si sente da subito, però bisogna ammettere che da vecchia volpe quale è, il buon Ian riesce ancora a dire la sua adattandosi su tonalità basse e a volte sussurrate. Se non altro, si chiama tenacia. 

Diviso abbastanza nettamente fra brani elettrici e brani acustici, fra i primi “The Zealot Gene” propone episodi molto validi come la rockeggiante title track, la cadenzata “Barren Beth, Wild Desert John”, la plumbea “Mine Is The Mountain” e la sensuale “Shoshana Sleeping”, tutti meritevoli di ascolto e attenzione.

I momenti migliori, a mio modesto parere, si hanno comunque con i pezzi acustici, nei quali emergono prepotenti la magia degli strumenti tradizionali e le atmosfere medievali.
Certo, non c’è niente di veramente “nuovo” e ogni canzone rimanda a questo o a quel vecchio disco ma è indubbio che brani come “Three Loves, Three”, “Jacob’s Tales” e “In Brief Visitation” non possano che essere espressione di un artista che sa perfettamente dove andare a parare.

Menzione speciale per la splendida “Sad City Sisters”, dominata da tin whistle, mandolino e fisarmonica, che crea un’atmosfera sognante e solenne e richiama direttamente i fasti del passato, quelli che hanno elevato Ian Anderson dallo status di “bizzarro cantante che suona il flauto  stando su una gamba sola” a quello di musicista vero, unico e rispettato in tutto il mondo.

Gli episodi acustici sono decisamente il fiore all’occhiello di questo album, affreschi bucolici ed onirici che hanno il pregio di portarci in un’altra dimensione, anche se solo per pochi minuti.

Infine, non sarebbe un album composto da Anderson senza dei testi di spessore ed infatti, ogni brano è introdotto da una specifica citazione biblica, dalla quale si parte per arrivare a parlare di temi di scottante attualità. Di sicuro, non sono solo canzonette e non sono testi banali!

Alla fine, è tutto rose e fiori e “The Zealot Gene” è il miglior album dei Jethro Tull? Certo che no! Per esempio, per quanto la band sia di prim’ordine e Florian Opahle sia un ottimo chitarrista, la mancanza del veterano (e amatissimo dai fans) Martin Barre si fa sentire, eccome, con la chitarra elettrica relegata spesso a mero accompagnamento, senza quell’impronta personale e quei guizzi di cui Martin era capace.
Allo stesso modo e come già accennato, la voce di Ian è ridotta al lumicino ed è un lontanissimo ricordo di ciò che era negli anni ’70.
Più in generale e per essere intellettualmente onesti, queste 12 canzoni non aggiungono molto a quanto già detto in decenni di attività.
MA.
Sono in gran parte delle belle canzoni, composte e suonate a regola d’arte con la classe innata di chi fa questo mestiere da tutta la vita. E ci sono diversi momenti molto belli, che faranno solo piacere ai fans di vecchia data.

È buona musica ed è il nuovo album di un grandissimo artista, accompagnato da ottimi musicisti: se vi pare poco…!

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