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AVATAR – “Don’t Go In The Forest”

avatar don't go in the forest
AVATAR
“Don’t Go In The Forest”

(Black Waltz Records, 2025)

Don’t Go In The Forest” è il decimo album degli Avatar, pubblicato nel 2025 a due anni di distanza da “Dance Devil Dance“. 

Un paio di anni fa ho scoperto gli svedesi Avatar, un gruppo con già una discografia notevole (all’epoca, 9 album in 17 anni) ma che non avevo mai avuto occasione di ascoltare. Galeotto fu il massiccio passaggio in radio (…in radio! In Italia! Non so se mi spiego…) del singolo “The Dirt I’m Buried In“: canzone molto melodica e accattivante, aveva però un paio di elementi che mi avevano fatto drizzare le orecchie e fatto venire il sospetto che si trattasse di una band capace di suonare in modo molto più heavy. Detto, fatto, ho recuperato l’album “Dance Devil Dance” e ho scoperto un gruppo che partiva, sì, dal tipico death metal melodico scandinavo, ma era in grado di saltare da un genere all’altro come se niente fosse. Growling, blast beat, distorsione massiccia, ma anche reggae, pop, beat e perfino crooning: gli Avatar combinavano tutto questo in scioltezza, anche grazie a un cantante carismatico ed estremamente versatile come Johannes Eckerström.
Se, poi, combiniamo l’eclettico stile musicale con una presenza scenica invidiabile e con una bizzarra immagine da circensi maledetti, otteniamo una band come minimo molto interessante e fra l’altro, decisamente valida dal vivo. 

Arriviamo ai giorni nostri col decimo album “Don’t Go In The Forest“, che personalmente aspettavo con impazienza. 
Dopo diversi e ripetuti ascolti, ammetto di aver rimuginato a lungo sul giudizio da dargli, per quanto non sia assolutamente considerabile un brutto disco, anzi. 
Sarà l’eccitazione di aver finalmente trovato una band capace di distinguersi dalla massa, oppure l’indiscussa qualità di molti dei loro brani passati, ma “Don’t Go In The Forest” non mi ha inizialmente esaltato come alcuni dei dischi precedenti, “Dance Devil Dance” incluso. 

Iniziamo comunque con i pregi che, per inciso, sono presenti in abbondanza.

Una delle caratteristiche degli Avatar è quella di affrontare temi piuttosto pesanti con un’inquietante e feroce ironia, accompagnata da un commento musicale a tratti un po’ folle. 
Che dire, quindi, della stralunata “Death And Glitz“, che parla di violenza contro le donne su un irresistibile tappeto dance / metal (nonché su un riff grandioso)? Potremmo citare anche “Dead And Gone And Back Again“, che su una base quasi reggae e con un cantato pulito e rilassato, dipinge un quadro assolutamente horror, per poi esplodere nella parte centrale con uno dei passaggi più violenti dell’intero album. 

Tonight We Must Be Warriors“, posta in apertura, parte con un motivetto fischiettato che vi si stamperà subito in mente, per proseguire a passo di marcia verso un ritornello che è un inno all’unità. Funziona, non c’è che dire, anche se non è probabilmente il meglio del meglio che i cinque svedesoni hanno da offrire. 

Altro esempio di melodia che non vi toglierete facilmente dalla testa è quella di “Captain Goat“, un bel pezzo cadenzato e maestoso, che sarebbe perfetto come colonna sonora di un film sui pirati ed è, in ogni caso, il mio preferito del disco. 

La title track scorre bene, è ariosa, dinamica e con un bel ritornello, anche se forse un po’ troppo leggerina nel complesso. 

Notevole, invece, “Take This Heart And Burn It“, uno dei pezzi più interessanti del disco, che suona come se i Dark Tranquillity e i Queen si fossero incontrati e fossero andati insieme a vedere un’operetta buffa a teatro! Questi sono gli Avatar che ci piacciono!

Doverosa menzione anche per la conclusiva “Magic Lantern“, lenta, heavy ed evocativa, con echi orientali e un riff di chitarra che sembra uscito dalla mente del Cappellaio Matto. 

Ciò che funziona meno, a mio parere, sono i brani più classicamente metal come “In The Airwaves“, violentissima nelle strofe e con un refrain più melodico ma che non “acchiappa”. Stesso discorso, più o meno, per “Abduction Song“, che nulla aggiunge e nulla toglie a quanto detto finora dagli Avatar

Infine, la semi ballad “Howling At The Waves” non è affatto brutta ma è una canzone completamente pop, che sembra del tutto fuori posto in un album del genere. 

Tirando le somme, si tratta senza dubbio di un album ben realizzato, vario e dinamico (il che è un pregio) ma in alcuni momenti, sembra quasi che la band sia caduta nella trappola di “The Dirt I’m Buried In“: il successo di quella canzone, nettamente più melodica del resto dell’album in cui è contenuta, potrebbe aver indotto gli Avatar a spingere di più sulla componente “pop”, con risultati alterni. 

Diciamo che, forse, manca anche il brano “killer”, come lo erano ad esempio la stessa “Dance Devil Dance“, “Hail The Apocalypse“, “The Eagle Has Landed“, “A Secret Door“, “Let It Burn“, “Bloody Angel“, “Smells Like A Freakshow” e via dicendo. 

La band viaggia in ogni caso alla grande, forte di un’esperienza quasi ventennale e con una formazione stabilissima: oltre al sempre eccellente Eckerström, che non manca di sfoggiare il suo eclettismo, i chitarristi Jonas JarlsbyTim Öhrström, il batterista John Alfredsson e il bassista Henrik Sandelin offrono una prestazione solida e convincente, con Sandelin in particolare a ritagliarsi più di un momento di “gloria”. 

Insomma, il disco è bello ma non eccezionale e comunque, se conosco un po’ gli Avatar, so già che queste canzoni renderanno sicuramente di più dal vivo. 
Quindi, non posso far altro che aspettarli a marzo 2026, quando il loro tour toccherà il nostro bel Paese! 

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