HELLOWEEN – “Helloween”
HELLOWEEN
"Helloween"
(Nuclear Blast, 2021)
“Helloween”.
Atteso, sperato e sognato da legioni di fans in tutto il mondo, questo disco non poteva avere un nome diverso da quello della band che lo ha realizzato: significa “siamo tornati (e stavolta ci siamo tutti)!“.
Nel 2017 gli Helloween hanno annunciato il ritorno in formazione del chitarrista e fondatore Kai Hansen e dell’indimenticato cantante Michael Kiske, rispettivamente dopo la bellezza di 28 e 24 anni, senza però estromettere due elementi fondamentali come Andi Deris e Sascha Gerstner. Con un’inedita formazione a sette, la band si è quindi imbarcata in un trionfale tour durato un anno, in cui i due cantanti e i tre chitarristi hanno dimostrato di intendersi e completarsi a meraviglia, dando nuova linfa a molte canzoni del loro vasto repertorio.
Comporre e registrare un nuovo album è stato praticamente un obbligo per i tedeschi e pur con tutte le difficoltà sorte nel 2020, “Helloween” è stato finalmente pubblicato la scorsa estate, ricevendo da subito un’accoglienza estremamente positiva.
Per chi si stesse chiedendo come mai ci abbia messo così tanto a recensirlo, il motivo è presto detto: gli Helloween sono da sempre il mio gruppo preferito e quindi, ho voluto ascoltare e assimilare a fondo ogni dettaglio di quello che sarebbe stato un disco impossibile da immaginare fino a pochi anni fa. Senza contare il fatto che recensendo i propri eroi si rischia sempre di cadere nella trappola della poca o addirittura nulla obiettività…
Al di là della mia ovvia predilezione per gli amburghesi, posso comunque affermare senza timore di smentita che siamo di fronte a un grande album, nettamente e decisamente superiore agli ultimi tre (“My God-Given Right” del 2015, “Straight Out Of Hell” del 2013 e “7 Sinners” del 2010) e come minimo al livello di “Gambling With The Devil” (2007) e “Better Than Raw” (1998), ovvero quelli che ho sempre considerato i migliori dell’era Deris.
Qui abbiamo alcune fra le migliori canzoni che gli Helloween hanno composto dopo gli anni ’80 e poter ascoltare la voce unica di Michael Kiske duettare alla grande con quella, altrettanto unica, di Andi Deris è una soddisfazione enorme!
Alla faccia di tutti coloro che hanno sprecato fiato per decenni a denigrare Deris e rimpiangere Kiske, ci inchiniamo oggi di fronte a due cantanti eccezionali, con timbri e stili marcatamente diversi ma in grado di completarsi ed armonizzare meglio di quanto fosse lecito sperare. Anche la scaletta è organizzata in modo tale da bilanciare le due voci, fra brani interpretati solamente da uno o dall’altro vocalist ed altri che sono veri e propri duetti: alla fine non prevale nessuno dei due ma (ed è questo il bello) è la loro somma a farla da padrone.
Parliamo un attimo delle canzoni più significative: si inizia col botto di “Out For The Glory“, brano veloce, melodico e articolato come ai vecchi tempi, in piena tradizione Helloween e nel pieno stile del suo compositore Michael Weikath. È giustamente Kiske a cantarla per intero, con in più alcune azzeccate “punteggiature” vocali di Hansen che, diciamolo subito, avremmo voluto sentire più spesso nel corso dell’album!
“Fear Of The Fallen” è stato il secondo pezzo pubblicato prima dell’album ed è un capolavoro, senza se e senza ma: un ottovolante che passa agevolmente da atmosfere sognanti a riff granitici, dalle strofe aggressive al ritornello lirico, con le due voci soliste che si rincorrono, si intrecciano e si scambiano le parti in maniera superba.
Un altro episodio splendido è la rocciosa “Cyanide“, eccellente mid tempo forte di quello che è forse il miglior refrain di tutto il disco, spinto dalla doppia cassa a mitraglia di Dani Löble e da una melodia vincente.
Va detto che la firma di entrambi i brani è quella di Andi Deris, che si conferma ancora una volta uno degli autori migliori che le zucche abbiano mai avuto.
In ogni album degli Helloween che si rispetti non può mancare il brano scanzonato, immediato ed orecchiabile: quel brano in questo caso è “Best Time” e funziona alla perfezione, assecondando quella sensibilità “pop” che la band ha sempre avuto fin dai tempi di “Future World”. Si ha quasi la sensazione che questa canzone, se fosse adeguatamente promossa in radio e tv, potrebbe tranquillamente scalare le classifiche generaliste!
“Angels“, l’unico brano scritto da Gerstner, è anche quello più particolare e in qualche modo indecifrabile: parte piano e solenne, per sfociare subito in una strofa cadenzata da headbanging sfrenato e proseguire in un ritornello prima rallentato e poi veloce, il tutto alternato a parti acustiche e teatrali. Sicuramente una canzone non facilissima da assimilare ad un primo ascolto ma comunque di buon livello.
C’è poi una gradita composizione del mai troppo lodato bassista Markus Grosskopf, l’inno all’unità “Indestructible“, pezzo solido, ritmato e coinvolgente che non mancherà di fare faville dal vivo.
Bisogna dire che tutte le altre canzoni sono sempre e comunque di ottima caratura, dalla complessa “Robot King” alle speedy “Down In The Dumps” e “Rise Without Chains”, fino alla ruffianissima ma efficace “Mass Pollution”. In questo album non c’è una ballad che sia una, tutti i brani spaccano dall’inizio alla fine… e la fine è quella che in assoluto rappresenta il momento migliore.
Chi ascolta questo disco aspettando con trepidazione lo stile e l’estro di Kai Hansen, sarà pienamente servito con i 12 minuti di “Skyfall” (13 se si conta anche la breve intro “Orbit”).
Questa pièce de résistance a sfondo fantascientifico composta da Zio Kai è un vero gioiello: variegata e ispirata, si snoda attraverso un caleidoscopio di atmosfere ed emozioni tanto diverse quanto perfettamente complementari. Finalmente abbiamo tutte e tre le voci a darsi il cambio, con Kiske a fare la parte del leone ma anche con interventi significativi sia di Deris che dello stesso Hansen. Da applausi gli ultimi 4 minuti, lenti e magniloquenti, con un Kiske da brividi e interventi chitarristici di assoluto pregio.
Un incrocio fra gli Helloween dei “Keepers”, quelli degli anni 2000 e i Gamma Ray, “Skyfall” rappresenta tutto quello che avremmo potuto chiedere alla reunion delle zucche. Non avrebbe potuto esserci chiusura migliore per un album di questa portata!
Di “dischi del ritorno” ne abbiamo avuti tantissimi da numerosi artisti ma non sempre sono stati quei capolavori che i fans speravano.
“Helloween” invece ci va molto vicino.
Non è “Keeper II” ovviamente ma è un disco solido ed ispirato, pieno di ottime canzoni e di un tasso tecnico che solo chi suona questo genere da quasi 40 anni può avere.
Sono lieto, fiero e felice di poter dire ancora una volta e con ancora più convinzione “happy happy Helloween“!
