KK’s PRIEST – “Sermons Of The Sinner”
KK's PRIEST
"Sermons Of The Sinner"
(Explorer 1 Music, 2021)
Per qualunque fan dell’heavy metal, Kenneth Keith “K.K.” Downing Jr. non dovrebbe aver bisogno di presentazioni: fondatore e chitarrista dei Judas Priest, ha contribuito a dischi e concerti leggendari ed incredibilmente influenti per generazioni di musicisti.
Downing ha lasciato i Judas Priest nel 2011 dopo più di quarant’anni di militanza, per poi passare gli anni successivi fra dichiarazioni, smentite, frecciate a distanza coi suoi ex compagni e la speranza, mai soddisfatta, di rientrare nei ranghi.
Alla fine il buon K.K. se ne deve essere fatta una ragione e ha deciso di tornare in pista con un suo progetto musicale, che a partire dal nome KK’s Priest non fa nulla per rinnegare il passato: già la presenza di Tim “Ripper” Owens, il cantante che sostituì Rob Halford negli stessi Judas Priest dal 1996 al 2003, la dice lunga sulla direzione intrapresa. Se poi consideriamo che il batterista sarebbe dovuto essere addirittura Les Binks (suonò su album del calibro di “Stained Class” del 1978, “Killing Machine” e il live “Unleashed In The East” del 1979), il paragone con la band madre diventa più che voluto. Per la cronaca, Binks ha finito per non suonare sull’album a causa di problemi di salute ed è stato sostituito da Sean Elg ma sarà comunque disponibile come “special guest” nei concerti.
Anche i titoli delle canzoni parlano molto chiaro: “Sermons of the SINNER”, “Return of THE SENTINEL”, “Hail for the PRIEST”, “SACERDOTE [ = “priest”] y diablo”… Insomma, pare proprio che K.K. non solo non voglia dimenticare il proprio passato ma anzi, intenda metterlo in primo piano e senza nascondersi dietro a un dito.
Tutte le impressioni e le aspettative di cui sopra trovano piena conferma in questo disco, fatto di heavy metal classico, potente e senza compromessi.
I KK’s Priest si giocano subito i jolly in apertura e fanno centro: “Hellfire Thunderbolt” e la title track sono due bulldozer devastanti, forti di riff taglienti, doppia cassa a mitraglia, acuti laceranti e piogge torrenziali di note negli assoli. Pronti, via e ci si rende subito conto di quanto Downing sia ancora un maestro della sei corde, capace di parti ritmiche e soliste di assoluto pregio e innata classe.
Leggermente meno distruttiva ma sempre molto intensa “Sacerdote Y Diablo”, mentre “Raise Your Fists”, “Brothers Of The Road” sono episodi decisamente più orecchiabili e ritmati, palesemente creati per trascinare il pubblico dal vivo: semplici e immediate, rappresentano la quintessenza del metal old style, scritto e suonato da chi lo ha praticamente inventato (e non è poco!).
Non convince appieno, invece, la lunga “Metal Through And Through”, costituita da un’alternanza di parti lente, parti veloci e momenti vagamente prog, che tuttavia sembrano slegati e poco organici. Anche il coro non è particolarmente coinvolgente e tutto sommato si ha l’impressione che qui la band abbia voluto strafare.
Di un altro pianeta la sostenuta “Wild And Free”, canzone vincente, essenziale e diretta, esattamente “the way it should be” come declama Ripper nel bridge.
Niente male anche la rocciosa e maestosa “Hail For The Priest”, che musicalmente richiama la straordinaria “The Sentinel” (il che è oltremodo ironico, visto che il brano successivo è proprio il sequel di quest’ultima ma non c’entra praticamente niente!).
Arriviamo infine al brano che temevo di più, “Return Of The Sentinel”: come accennato poco fa, “The Sentinel” è unanimamente considerata una delle canzoni più belle dell’intera discografia dei Judas Priest, quindi uno dei suoi autori non avrebbe potuto osare richiamarla apertamente con un brano che non ne fosse all’altezza. K.K. è riuscito nel suo intento? La risposta è “ni”: “Return Of The Sentinel” è diversa dall’originale e a parte alcune rapide fughe di chitarra che la ricordano, è un brano teatrale e solenne, diviso fra una prima metà molto heavy e una seconda acustica, lenta e drammatica. Tutto sommato è un bel pezzo, anche se non si avvicina a scalfire la grandezza dell’originale.
Due parole sulla prestazione della band: giustamente è la chitarra di Downing a farla da padrone e va detto che non perde un colpo, rimane un punto fermo indiscutibile e fa davvero piacere sentirlo ancora così in forma.
Ripper è sempre stato un ottimo cantante e si conferma tale con una voce potente e graffiante, arrivando a quelle note altissime che l’ormai settantenne Rob Halford non tocca più come un tempo. Ma (ed è un enorme “ma”) Halford è ancora oggi molto più espressivo sui registri medi e bassi, lì non c’è proprio paragone fra l’allievo e il maestro.
Il resto del gruppo viaggia piuttosto bene, tellurico il batterista Sean Elg, solido e concreto il bassista Tony Newton e sufficientemente tecnico il secondo chitarrista A.J. Mills, anche se ovviamente il confronto con Glenn Tipton non s’ha proprio da fare.
In sintesi, “Sermons Of The Sinner” è un buon album di solido e gagliardo heavy metal, senz’altro ciò che ci si poteva e doveva aspettare da un nome eccellente come K.K. Downing. Non si tratta di un’opera da strapparsi i capelli, contiene alcuni brani ottimi, altri più di maniera e in tutta onestà, il recente “Firepower” dei Judas Priest resta un gradino superiore.
Comunque un bel disco che sicuramente piacerà a tutti coloro che amano il metal “de na vorta” e come si è già sentito qualcuno dire, “due Priest sono meglio di un solo Priest!”.
