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IRON MAIDEN – “Senjutsu”

IRON MAIDEN
"Senjutsu"

(Parlophone, 2021)

Il diciassettesimo e attesissimo album degli Iron Maiden è finalmente uscito, ben sei anni dopo l’ultimo “The Book Of Souls”.
Registrato nel 2019 e messo in cassaforte allo scoppio della pandemia, “Senjutsu” è stato ufficialmente annunciato il 19 luglio di quest’anno, pochi giorni dopo la pubblicazione del singolo “The Writing On The Wall” e del relativo video.

Proprio “The Writing On The Wall” ha provocato un mare di discussioni a causa del suo sound non del tutto “maideniano”: l’intro di chitarra acustica e l’incedere cadenzato dal sapore folk / country, danno alla canzone un tocco un po’ esotico e sicuramente inaspettato. Il brano comunque è grandioso, uno dei singoli migliori pubblicati dagli Iron Maiden dopo la reunion del 1999, il che faceva presagire l’arrivo di un album almeno interessante.

Il 19 agosto è stato pubblicato il secondo singolo “Stratego“, canzone più che dignitosa e decisamente più il linea col classico “gallop style” dei Maiden, anche se la considero un gradino sotto a “The Writing On The Wall”. 

Arriviamo finalmente al 3 settembre, giorno fatidico dell’uscita di “Senjutsu”: 2 CD (o 3 vinili), 10 tracce e… 82 minuti di durata!
In tutta onestà, nell’apprestarsi ad ascoltare in fila diversi brani di 10 e più minuti l’uno, un po’ di timore c’è stato .

Comunque, già il primo ascolto ha dissipato gran parte dei dubbi, si può dire con certezza che gli Iron Maiden sono sempre inequivocabilmente loro stessi. “Senjutsu” non è certo un album immediato e leggero da assimilare ma straripa di riff, melodie, assoli, linee vocali e ritmiche che portano impresso a fuoco il marchio della Vergine di Ferro. Non vi è dubbio alcuno che siamo di fronte ad un’opera di notevole spessore.

È la title track ad aprire le danze e lo fa letteralmente col botto: ispirata dai maestosi tamburi Taiko giapponesi, “Senjutsu” è solenne, marziale e drammatica, sorretta da un grandissimo lavoro di Nicko McBrain alla batteria, dal riff bello aggressivo di Adrian Smith e da una buona prova vocale di Bruce Dickinson. Ottima partenza!

Seguono i due singoli già noti, “Stratego” e “The Writing On The Wall”, con quest’ultima che acquista sempre più fascino ad ogni ascolto (alla fine sarà il mio pezzo preferito di tutto il disco).

“Lost In A Lost World” è la prima dei quattro lunghi tour de force scritti da Steve Harris (non accadeva da “Virtual XI” del 1998 di trovare più di un brano composto dal solo Harris). Almeno in questo caso il risultato non è esaltante, si passa da un’intro acustica abbastanza gradevole alla “solita” cavalcata, poi ad un refrain più scandito per concludere con una coda nuovamente acustica. Il problema è che tutto sembra un tantino prolisso, si ha quasi la sensazione di ascoltare tre canzoni diverse unite un po’ a forza. Insomma, bene ma non benissimo.

Molto meglio “Days Of Future Past”, finalmente veloce e soprattutto corta, che ci consegna dei Maiden in formato anni ’80. Niente per cui gridare al miracolo ma tutto sommato è un bel brano, diretto ed essenziale.

Meglio ancora fa “The Time Machine”, dove a farla da padrone è la voce di Bruce: sardonica nella prima parte, potente e arricchita dalle armonizzazioni sulle strofe, lirica e coinvolgente sul ritornello. Tutto contornato da una parte strumentale dinamica e accattivante in cui funziona tutto, dalle melodie ai cambi di tempo e agli assoli. Davvero una gran canzone, non c’è che dire!

Si passa poi all’episodio più malinconico, “Darkest Hour”, una sofferta semi ballad incentrata sulla figura di Winston Churchill e in particolare sulla sua coraggiosa decisione di opporsi a qualunque costo al nazismo, cambiando di fatto il corso della storia. Brano non troppo distante da “Wasting Love”, scorre molto bene e contiene fra l’altro quello che è forse il miglior assolo di tutto il disco.

Da qui in poi siamo in pieno territorio Harris, con le sue tre mastodontiche suite poste una dietro l’altra in chiusura.
“Death Of The Celts” è la prima ed è anche la migliore del lotto, permeata da una splendida atmosfera folk, ovviamente di stampo celtico e  nettamente influenzata dai Jethro Tull, di cui Harris e Dickinson si sono sempre dichiarati grandi ammiratori. Suggestiva l’intro di solo basso, molto belle le melodie e la linea vocale (soprattutto nella prima metà). È un pezzo che non fa affatto pesare i suoi dieci minuti totali.
Prima suite: promossa!

Più cadenzata e quadrata è invece “The Parchment”, dal retrogusto vagamente orientale, che si snoda a passo di marcia fino all’improvvisa accelerazione nel finale. Devo ammettere che non mi ha convinto più di tanto, la canzone in sè non è affatto malvagia ma è fin troppo tirata per le lunghe. Diciamo solo che dice più “The Time Machine” in 7 minuti che “The Parchment” in oltre 12.
Seconda suite: rimandata!

Andiamo a concludere con “Hell On Earth” e i suoi 11 minuti. Stavolta il funambolico bassista ha fatto quasi centro con melodie vincenti, cambi di tempo azzeccati, Bruce in gran forma e un solo grande difetto: un ottimo ritornello che promette battaglia in concerto, usato però una sola volta! Una outro acustica in meno e un “I wish I could go back / Will never be the same again / Bled for all upon this hell on earth!” in più e avremmo sfiorato il capolavoro.
Comunque, terza suite: promossa!

Tiriamo le somme di questo “Senjutsu”: è forse sullo stesso piano dei classici degli anni ’80? Ovviamente no. Ma se ci chiediamo se è un disco degno del nome degli Iron Maiden, se vale la pena ascoltarlo con attenzione e se è ancora considerabile heavy metal a tutti gli effetti, la risposta a tutte queste domande è un sì convinto.

Naturalmente ci sono luci ed ombre, non si può pretendere che una band sulla breccia da 40 e passa anni sforni ogni volta un altro “Piece Of Mind”.

Fra le luci ci sono sicuramente le prestazioni di questi sei giovanotti, tutti pienamente in forma a partire dall’inimitabile Bruce Dickinson: quando è uscito il primo singolo si è detto di tutto sulla sua voce, c’è stato chi si è lamentato di sentirlo in affanno e non più potente come una volta… Mi permetto solo di ricordare che il Sig. Dickinson aveva 61 anni quando ha registrato queste canzoni ma più di ogni altra cosa ha sconfitto un tumore alla gola! Se pensate che sia facile cantare a questi livelli avendo quell’età e quel “piccolo” problema alle spalle, accomodatevi!
In quanto al resto della band, Steve Harris ha sempre il suo sound inconfondibile e incisivo, le chitarre di Dave Murray, Adrian Smith e Janick Gers si rincorrono che è un piacere e Nicko McBrain ha semplicemente sfoderato una delle sue prestazioni migliori degli ultimi vent’anni.
Le dieci canzoni sono abbastanza varie, spesso molto interessanti e l’atmosfera che si respira in generale può essere descritta come un mix fra “Somewhere In Time”, “Brave New World” e le ultime uscite, incluso “The Book Of Souls”. Inoltre la presenza delle tastiere, usate sempre e solo come accompagnamento, arricchiscono le parti più riflessive dell’album.

Fra le ombre, bisogna obbligatoriamente citare la lunghezza eccessiva di alcuni pezzi, in particolare quelli che hanno poca varietà o poca soluzione di continuità. Non sempre nel caso di “Senjutsu” ma a volte è proprio vero che “less is more”.
Parlando della produzione del tanto discusso Kevin Shirley, onestamente non è così negativa, anzi: il suono è potente, la sezione ritmica è molto ben definita e le parti soliste ben bilanciate. Solo un appunto: la voce avrebbe potuto essere un po’ più presente (in certe parti sembra quasi soffocata dagli strumenti) così come certe sfumature come la bella melodia che fa da contrappunto al refrain di “The Writing On The Wall”.
Infine, personalmente avrei forse limitato l’uso delle linee vocali doppiate pari pari dalle chitarre ma questa è solo questione di gusti.

In definitiva, gli Iron Maiden sono tornati e lo hanno fatto in grande stile con un album solido e maturo. Non sarà un capolavoro assoluto ma è sempre un bel sentire!

Up the Irons!

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