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METALLICA – “72 Seasons”

METALLICA
“72 Seasons”

(Blackened, 2023)

Mentre mi accingevo a scrivere di “72 Seasons”, ho realizzato un fatto quanto meno curioso: da quando, nel 1996, ho iniziato a scrivere sulle riviste nostrane e fino ai giorni nostri, non ho mai parlato dei Metallica. Per qualche ignoto motivo e per quanto assurdo possa sembrare, negli ultimi 27 anni la mia strada di giornalista musicale non ha mai incrociato quella dei Four Horsemen. OK, nel lontano 1991 ho fatto una recensione del “black album” ma non credo che un pugno di righe scritte a mano su un foglio volante, che avevo fatto girare fra i compagni di scuola, possano contare qualcosa!
Quindi, eccoci qui: finalmente, per la prima volta parlo in maniera ufficiale dei Metallica e del loro nuovo album. Mai dire mai, giusto?

“72 Seasons” si riferisce ai primi 18 anni di vita di una persona, quelli che secondo James Hetfield “formano la nostra vera o finta personalità” tramite l’influenza esercitata dai nostri genitori; “per gran parte della nostra vita adulta […] o rimaniamo prigionieri della nostra infanzia, o finiamo per liberarci da quei vincoli“.
Il concetto è interessante e come sempre del resto, Hetfield non delude con i suoi testi, che ancora una volta sono degni di attenzione e mai banali.

Musicalmente invece, l’undicesimo album in studio del quartetto può essere definito sia come esaltante che deludente, dipende da come lo si guarda: esaltante perché c’è una marea di riff e ritmiche che richiamano apertamente gli esordi dei Metallica; deludente perché potrebbe benissimo essere visto come una ruffianata, fatta ad arte per ingraziarsi i fans della prima ora e che in effetti sarebbe coerente col percorso intrapreso post-“St. Anger”.
A modesto parere di chi scrive, “72 Seasons” è un disco dignitoso, che ha più di un momento positivo e che, al di là dei discorsi sull’integrità artistica della band, ha un unico grande difetto: è troppo prolisso! La maggior parte dei brani supera i sei minuti ma ritengo che una durata inferiore non avrebbe tolto nulla e anzi, li avrebbe resi più snelli ed efficaci.
La title track posta in apertura è in pratica il riassunto di tutto l’album, essendone in ogni caso uno degli episodi più riusciti: alterna parti veloci ed urlate ad altre cadenzate e pesanti, tutto condito da un’atmosfera vintage che porta dritti ai dischi degli anni ’80. Peccato, appunto, per l’eccessiva durata che appesantisce inutilmente quella che è di fatto una gran canzone.

Bisogna ammettere che la band ha scelto molto bene i singoli da proporre prima dell’uscita dell’album, perchè alla fine sono proprio quelli i pezzi migliori: “Lux Æterna“, uscita quasi a sorpresa alla fine dello scorso anno, è corta, veloce e incendiaria, una botta di energia come non se ne sentivano da tempo; “Screaming Suicide“, per quanto meno “sparata”, è comunque molto coinvolgente e con delle parti di chitarra davvero gustose; infine “If Darkness Had A Son“, militaresca nel suo incedere, ha quello che forse è il riff più heavy del lotto, che non mancherà di provocare diversi scapocciamenti su ogni “temptation!” declamato da Hetfield.

Il resto del disco è mediamente di buon livello, con alti e bassi: niente male “Shadows Follow“, bel mid tempo impreziosito da buona melodia vocale, la dinamiche “Chasing Light” e “Room Of Mirrors” e la ritmata “Sleepwalk My Life Away“, con finalmente Robert Trujillo sugli scudi durante l’intro.
Poco coinvolgenti ed onesamente un po’ noiose sono invece “Crown Of Barbed Wire“, “Too Far Gone?” e soprattutto “You Must Burn!“, che a dispetto di un titolo che prometteva sfracelli, ci consegna la band intenta a scimmiottare i Black Sabbath senza troppa fortuna. In questo senso, funziona molto meglio “Inamorata“, traccia sì lunghissima (11 minuti!) ma ispirata e dalla buona atmosfera.

Due parole sulla prestazione della band: il tanto vituperato Lars Ulrich non è mai stato il batterista più tecnico del mondo ma è indubbio che il suo stile sia parte integrante del sound dei Metallica. In “72 Seasons” non fa eccezione, anzi: negli ultimi anni sembra anche migliorato, pesta che è un piacere dando ai brani solo quello che serve, niente di più e niente di meno.
Il già citato Robert Trujillo è un bassista di enorme talento, che a dire il vero è sempre parso un po’ sprecato in questo gruppo; ogni tanto comunque si prende giustamente la scena e in generale non fa mai mancare la sua solidità e precisione ritmica.
Kirk Hammett non ha certo bisogno di dimostrare nulla, fa il suo lavoro come sempre ma almeno per quanto mi riguarda, questo disco è ben lontano da avere la sua prestazione migliore: le parti soliste, per quanto tecnicamente molto ben eseguite, risultano a tratti caotiche e complessivamente poco ispirate. Questo, insieme all’eccessiva lunghezza di alcuni brani, è a mio avviso il tallone d’Achille dell’album.
In quanto a James Hetfield c’è poco da dire, è una garanzia: roccioso nelle parti di chitarra ritmica e graffiante in quelle vocali, James è da sempre il punto fermo di questa band.

Tutto sommato, “72 Seasons” è un buon disco, che pesca a piene mani dalla New Wave Of British Heavy Metal e dai trascorsi degli stessi Metallica, mischiando riff à-la “Kill ‘Em All” con ritmiche e stacchi degli anni ’90 e certe cose degli ultimi album. Può piacere senz’altro ai metallari d’annata e chissà, magari incuriosire qualche fan imberbe, portandolo a riscoprire il passato remoto del gruppo e del thrash metal.

Ciò detto e ormai da tempi piuttosto remoti, c’è un’unico, vero modo di apprezzare i Metallica ed è dal vivo: finché suoneranno in giro per il mondo, andateli a vedere almeno una volta perché ne vale veramente la pena!

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