FROM THE PAST

SHADOW GALLERY “Carved In Stone” (1995)

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SHADOW GALLERY
“Carved In Stone”

(Magna Carta, 1995)

[Originariamente pubblicato il 25/06/2019 su Sdangher]

Progressive metal è una definizione che, per chi si avvicinava al genere nei primi anni ’90, identificava uno e un solo nome: Dream Theater. È indubbio che questi ultimi avessero spalancato le porte della popolarità a un genere che era rimasto un po’ dormiente fino a quel momento, vuoi perché il prog rock degli anni ’70 era considerato morto e sepolto o perché eravamo nel periodo del grunge, dell’alternative e di lì a poco del nu metal. In altre parole, poco spazio per melodie e tecnicismi e tanto invece per schiettezza, semplicità e pesantezza di suoni e testi. Il “Teatro del sogno” ha quindi avuto il grande merito di dimostrare che dischi altamente complicati ma al tempo stesso molto melodici potevano riscuotere ottimi consensi di pubblico.

La Magna Carta, una casa discografica indipendente di New York, fu una di quelle a credere fin dall’inizio nel metal progressivo ed è stata per lunghi anni un punto di riferimento per il genere.

Gli Shadow Gallery sono una band della Pennsylvania che ha esordito proprio su Magna Carta col suo album omonimo nel 1992: disco molto interessante, metteva in mostra ottime qualità tecniche e compositive ma era afflitto da una produzione ancora molto acerba e soprattutto dalla presenza di una drum machine, che rendeva il tutto un po’ troppo “sintetico”.

Arriviamo infine al 1995 e alla pubblicazione del secondo album, questo “Carved In Stone” di cui parliamo oggi.

Bene, senza tanti giri di parole, per il sottoscritto questo disco è un Capolavoro con la C maiuscola!

Forti dell’esperienza accumulata, i sei componenti del gruppo (il cantante Mike Baker, il chitarrista Brendt Allman, il tastierista Chris Ingles, il chitarrista/tastierista Gary Wehrkamp, il bassista/flautista Carl Cadden-James e il batterista -umano!- Kevin Soffera) sono riusciti a mettere insieme un’ora di pura poesia in musica, in cui ogni strumento, ogni nota e ogni parola si fondono in maniera armoniosa e quasi perfetta.

Più che come una raccolta di singole canzoni, “Carved In Stone” va ascoltato come se fosse un’opera unica e continua, grazie anche a quegli interludi strumentali di pochi secondi che collegano i brani veri e propri fra di loro.

C’è un po’ di tutto, un po’ per tutti in questo album: melodie raffinate, cori spettacolari, assoli lunghi e intricati, parti aggressive e momenti malinconici. Quello che lascia attoniti è l’altissimo livello artistico, l’eleganza, il talento sopraffino dei musicisti: gli Shadow Gallery, oltre ad una caratura tecnica di assoluto valore, hanno anche “qualcosa” in più rispetto ai Dream Theater ed è un gusto eccezionale per la melodia e la forma canzone.

Un brano come “Crystalline Dream”, per esempio, avrebbe potuto fare sfracelli se pubblicato come singolo e promosso a dovere, grazie al cantato coinvolgente, alla ritmica trascinante e ai cori efficaci.

Da segnalare anche il brano d’apertura “Cliffhanger”, il più marcatamente prog con una lunga e complessa parte solista e l’episodio più heavy di tutti, quella “Deeper Than Life” che farebbe la felicità dei metallari duri&puri.

Troviamo anche due ballad maiuscole e struggenti come “Alaska” e soprattutto “Don’t Ever Cry, Just Remember”, nelle quali fa la sua comparsa anche il flauto traverso con risultati veramente eccellenti.

Che dire della suite finale “Ghostship”, della durata di quasi mezz’ora e divisa in 8 movimenti? Non annoia e questo sarebbe già un motivo sufficiente per ascoltarla ma soprattutto è un’opera quasi da film, nel senso che riesce a fare quello che ogni brano di una tale lunghezza dovrebbe fare: raccontare una storia. Passando fra le varie atmosfere, dalla festosa partenza all’inquietante tempesta e fino alla cupa scomparsa, siamo letteralmente trasportati nel viaggio maledetto della nave che da il titolo alla suite. Ogni passaggio ha un senso compiuto e proietta un’immagine vivida e potente, proprio come in una colonna sonora.

Un plauso particolare e obbligato va al compianto Mike Baker, la cui voce era qualcosa di unico in un panorama dominato da cantanti con estensioni impossibili e sempre in cerca delle note più alte. Mike era del tutto diverso, il suo timbro era caldo, baritonale e soprattutto espressivo. È stato davvero triste apprendere della sua scomparsa nel 2008 a soli 45 anni, la sua voce è mancata e mancherà ancora molto.

Al di là dei singoli, dei titoli e delle tracce, comunque “Carved In Stone” rimane un album monumentale che chiunque ami il prog o semplicemente la buona musica dovrebbe ascoltare con attenzione.

La produzione non è perfetta e i suoni potrebbero essere migliori ma a livello di composizione e di esecuzione, questo è un disco che ha pochi rivali nella storia del rock moderno.

Lasciarlo cadere nel dimenticatoio sarebbe un crimine!

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