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OPETH – “The Last Will And Testament”

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OPETH
“The Last Will And Testament”

(Reigning Phoenix, 2024)

È tempo di fare un mea culpa: in tutti questi anni non ho mai dato una vera chance agli Opeth, che conoscevo ovviamente di fama, ma che non mi avevano mai davvero “preso”. 
Recentemente, sono venuto a sapere che al loro ultimo album ha partecipato nientemeno che Ian Anderson dei Jethro Tull. Non solo, il disco segna anche il ritorno del cantato in growling, che mancava dai tempi di “Watershed” del 2008. 
Insomma, alla fine la curiosità ha avuto il sopravvento (anche perchè Anderson è uno dei miei idoli indiscussi) e finalmente, con quasi un anno di ritardo, ho ascoltato “The Last Will And Testament“. 

Il fatto di non conoscere a fondo gli Opeth, mi ha permesso di approcciarmi al disco con la mente del tutto aperta e senza particolari aspettative. 
In realtà, li avevo visti dal vivo all’Evolution Festival del 2008, ma non mi avevano convinto più di tanto, più che altro a causa dell’eccessiva lunghezza dei brani. Da lì, non avevo più sentito l’esigenza di ascoltarli. Bene, oggi posso cospargermi il capo di cenere e dire che mi sbagliavo!

The Last Will And Testament” è il loro quattordicesimo lavoro in studio ed è un concept album a tutti gli effetti, curato nei minimi dettagli. 
La trama è ambientata nel primo dopoguerra e narra della scomparsa di un ricco e temuto patriarca, dell’apertura del suo testamento e delle rivelazioni ivi contenute, che sconvolgeranno i familiari e particolarmente i figli.  
Ogni canzone dell’album corrisponde a un paragrafo del documento, tanto da essere intitolata solo con un numero progressivo: “§1”, “§2” e così via. Il testo, letto dal primo al settimo paragrafo in fila, di fatto è il testamento. L’unico pezzo ad avere un titolo vero e proprio è l’ultimo, poiché racconta ciò che succede dopo la lettura delle ultime volontà del capofamiglia. 

Il primo brano, la cupa ma vigorosa “§1“, scopre subito molte delle caratteristiche dell’album: alternanza fra il cantato pulito e in growl e fra parti quasi jazz/fusion e parti prettamente metal e una sognante coda interamente orchestrale, senza dimenticare il maiuscolo talento musicale della band. 
Si tratta dell’incipit della storia, quando i familiari del defunto si recano nel palazzo per conoscere il testamento e l’atmosfera della canzone è azzeccatissima, con tanto di seconde voci spettrali a voler rappresentare i fantasmi del passato. Un ottimo inizio, veramente splendido!

In “§2“, che parte con una bordata in doppia cassa per fermarsi quasi subito in uno dei numerosi momenti riflessivi, compare per la prima volta Ian Anderson come narratore: il suo ruolo, in questo e in altri brani, è quello di recitare le parti più significative del testamento, col suo tono pacato ma autorevole. Nel caso specifico, è accompagnato da una ritmica marziale e dall’altro ospite illustre del disco, Joey Tempest, i cui vocalizzi in sottofondo fanno da contraltare alla narrazione.

Con “§3” siamo in pieno territorio prog e troviamo solo voci pulite, con varie punteggiature orchestrali che ne fanno un brano dinamico e coinvolgente. 

§4” è un fulgido esempio della cura dei particolari di cui parlavamo prima: altro ottovolante di atmosfere e ritmi, contiene perfino un assolo di arpa (suonata da Mia Westlund) tanto breve quanto struggente e fondamentale nell’economia del brano. Inoltre, abbiamo anche una comparsata, anch’essa breve ma importante, del flauto traverso di Anderson

La suadente “§5” si regge su una ritmica sincopata e un’atmosfera decisamente arabeggiante, inframmezzata dagli ormai consueti squarci di cattiveria sonora, mentre la veloce “§6” ci consegna degli squisiti botta e risposta fra tastiere e chitarra solista, reminescenti del prog anni ’70 che tanto ha ispirato gli Opeth negli ultimi vent’anni. 

La plumbea “§7“, in cui prendominano le parti recitate, va a chiudere il testamento vero e proprio, con una lunga coda strumentale che sa davvero di dolore e risentimento. 

Il vero finale è però “A Story Never Told“, di fatto il “colpo di scena” di tutta la storia: unica canzone a non prevedere improvvisi cambi di tempo o di umore, è una malinconica e  teatrale ballad basata su pianoforte, flauto e uno stupendo assolo di chitarra in chiusura. 

The Last Will And Testament” è un concept molto ben realizzato e va ascoltato nella sua interezza, preferibilmente seguendone con attenzione il testo. Si potrebbe dire che suona, a tratti, più come un musical che come una raccolta di canzoni. 
È un disco complesso, maturo e di assoluto valore, scritto da un eccellente compositore come il chitarrista / cantante Mikael Åkerfeldt e suonato da musicisti di prima categoria: il chitarrista Fredrik Åkesson. il bassista Martín Méndez, il tastierista Joakim Svalberg e il batterista Waltteri Väyrynen
Menzione speciale per il nuovo arrivato Väyrynen, autore di una prestazione ottima alla batteria, fatta di ritmi mai banali e quasi sempre non lineari.

Ogni solco di questo disco mostra una tecnica strumentale sopra la media, un’attenzione al dettaglio maniacale e soprattutto, una profonda conoscenza della musica a tutto tondo. Fondere metal, prog, fusion, folk e mediorentale in maniera convicente non è alla portata di tutti, ma gli Opeth ci riescono in scioltezza, regalandoci un’opera di notevole spessore artistico.

Assolutamente consigliato a chiunque ami il prog metal, o anche solo una storia ben musicata e raccontata! 

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